La luce era
forte, un fascio di luce da così in alto deve esserlo per poter raggiungere
l'asfalto e il marciapiede, dove su una panchina di legno spesso sedeva la
gente in attesa del tram numero quattro.
Un ammasso di ferraglia il numero quattro, color arancione, con comodi sedili e una serie di corrimano che accompagnavano fino alla porta di uscita, una striscia grigia in terra rugosa che ti teneva in piedi anche sul bagnato della pioggia.
Di notte la luce si vedeva fino alla curva in fondo alla strada mentre annusavi l'odore del pane caldo e sui binari ti allontanavi tremolante. Sì, perché il numero quattro camminava su rotaie ammaccate e come un lombrico malandato scuoteva gli appoggi proprio ogni due serragli. In certi punti sembrava di sentir rombare un tamburo.
Tutti i giorni, anche la domenica, si affacciava nel primo pomeriggio una signora dalla finestra del vecchio mulino ad acqua. Tutti i giorni il fornaio alzava le serrande della sua bottega alle tre del mattino, tutti i giorni tranne quelli in cui sua moglie preparava la torta di mele, lui usava sedersi sulla sedia di paglia per tagliarne prima una piccola fetta, dopo aver radunato le molliche ci ripensava e ne tagliava una grande il doppio, la gustava lentamente e poi guardandosi la pancia tonda sorrideva del suo ritardo.
In questa serie di eventi e proprio su quel pezzo di terra che va dalla fermata del tram numero quattro alla curva del panettiere, cadde una ranocchia. Dal cielo nero e poi blu scuro la ranocchia seguì il fascio di luce dal punto più alto e finì diritta sulla panchina umida, gocce d'acqua diventarono schizzi nella temperatura primaverile dell'alba.
Cra.
La terra non tremò al suo arrivo, era un essere leggero e nessuno si svegliò per il rumore. Ma al solo pronunciare quel gracidio le abatjour delle camere si accesero e dalle finestre occhi intimoriti sbirciarono da dietro le tende.
La gente del paese riteneva da sempre che la Terra fosse sorretta da una rana. La ranocchia guardò il cielo allontanarsi.
Un ammasso di ferraglia il numero quattro, color arancione, con comodi sedili e una serie di corrimano che accompagnavano fino alla porta di uscita, una striscia grigia in terra rugosa che ti teneva in piedi anche sul bagnato della pioggia.
Di notte la luce si vedeva fino alla curva in fondo alla strada mentre annusavi l'odore del pane caldo e sui binari ti allontanavi tremolante. Sì, perché il numero quattro camminava su rotaie ammaccate e come un lombrico malandato scuoteva gli appoggi proprio ogni due serragli. In certi punti sembrava di sentir rombare un tamburo.
Tutti i giorni, anche la domenica, si affacciava nel primo pomeriggio una signora dalla finestra del vecchio mulino ad acqua. Tutti i giorni il fornaio alzava le serrande della sua bottega alle tre del mattino, tutti i giorni tranne quelli in cui sua moglie preparava la torta di mele, lui usava sedersi sulla sedia di paglia per tagliarne prima una piccola fetta, dopo aver radunato le molliche ci ripensava e ne tagliava una grande il doppio, la gustava lentamente e poi guardandosi la pancia tonda sorrideva del suo ritardo.
In questa serie di eventi e proprio su quel pezzo di terra che va dalla fermata del tram numero quattro alla curva del panettiere, cadde una ranocchia. Dal cielo nero e poi blu scuro la ranocchia seguì il fascio di luce dal punto più alto e finì diritta sulla panchina umida, gocce d'acqua diventarono schizzi nella temperatura primaverile dell'alba.
Cra.
La terra non tremò al suo arrivo, era un essere leggero e nessuno si svegliò per il rumore. Ma al solo pronunciare quel gracidio le abatjour delle camere si accesero e dalle finestre occhi intimoriti sbirciarono da dietro le tende.
La gente del paese riteneva da sempre che la Terra fosse sorretta da una rana. La ranocchia guardò il cielo allontanarsi.